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Lezioni dal passato - la crisi energetica degli anni '70
07 ago, 2026
La BCE legge le crisi energetiche degli anni Settanta come una lezione ancora attuale: non basta diversificare le fonti di energia, occorre trasformare strutturalmente il modo in cui l’energia viene utilizzata. L’Europa ha già reso la produzione elettrica molto più pulita e meno dipendente dai combustibili fossili, ma trasporti, riscaldamento e industria restano fortemente legati a petrolio e gas. Accelerare l’elettrificazione, insieme agli investimenti in reti, accumulo e interconnessioni, ridurrebbe non solo le emissioni, ma anche l’esposizione dell’economia europea agli shock energetici e inflazionistici.
Nell’articolo “From oil to electrons: lessons from the 1970s energy crises”, Daniela Arlia e John Hutchinson partono da un parallelo storico: come negli anni Settanta, l’Europa si trova nuovamente a fare i conti con le conseguenze economiche della dipendenza dall’energia importata. Allora, le impennate del prezzo del petrolio provocarono forti tensioni sull’inflazione ma favorirono anche cambiamenti duraturi: maggiore efficienza energetica, sviluppo del nucleare, creazione di riserve strategiche e diversificazione delle fonti di approvvigionamento.
Da quel periodo il mix energetico europeo è effettivamente cambiato. Petrolio e carbone hanno perso peso, mentre sono cresciuti gas naturale, nucleare e, più recentemente, fonti rinnovabili. Questa diversificazione ha reso l’economia meno vulnerabile a un singolo combustibile, senza però eliminare la dipendenza complessiva dalle fonti fossili. Trasporti, riscaldamento e numerosi processi industriali continuano infatti a utilizzare prevalentemente petrolio e gas.
La situazione odierna presenta però una differenza fondamentale: le tecnologie alternative sono ormai disponibili su larga scala e sono diventate economicamente competitive. Secondo i dati citati dalla BCE, il 91% dei nuovi progetti rinnovabili entrati in funzione nel 2024 aveva costi inferiori rispetto alle alternative basate sui combustibili fossili. La transizione, quindi, non risponde soltanto a esigenze climatiche, ma può avere una logica economica e strategica.
I progressi sono particolarmente evidenti nella produzione elettrica: nel 2024 le rinnovabili hanno generato il 47% dell’elettricità dell’Unione europea. Tuttavia, l’elettricità rappresenta ancora soltanto circa il 23% dei consumi finali di energia in Europa, una quota rimasta sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio. Per la BCE, è questo il vero collo di bottiglia: produrre elettricità più pulita serve relativamente poco se automobili, caldaie e industrie continuano a funzionare soprattutto con combustibili fossili.
L’obiettivo indicativo europeo è portare l’elettrificazione dei consumi finali al 46% entro il 2040. Per riuscirci serviranno investimenti nelle reti elettriche, maggiore capacità di accumulo, migliori collegamenti tra i sistemi nazionali e una più ampia adozione di tecnologie elettriche da parte di imprese e famiglie.
Il tema interessa direttamente anche la politica monetaria. L’area euro importa grandi quantità di energia e quindi gli shock su petrolio e gas possono trasferirsi rapidamente ai prezzi, ai salari e alle aspettative di inflazione. Un’economia meno dipendente dai combustibili fossili importati sarebbe quindi anche meno esposta a shock inflazionistici esterni, rendendo meno frequente la necessità per la BCE di reagire alle crisi energetiche con la politica monetaria.
Il messaggio conclusivo è netto: gli anni Settanta avviarono la diversificazione dal petrolio; gli anni Venti potrebbero diventare il decennio del passaggio “dal fossile agli elettroni”, trasformando la sicurezza energetica in un cambiamento strutturale dell’economia europea.